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Kashgar, il Regno di Giada (14-15 agosto 2008)

Un viaggio nelle terre più occidentali della Cina, nello Xinjiang, a Kashgar, a 7 km dal confine chirghiso, nel cuore del terrorismo islamico cinese, nel centro dell'Asia, dove è rarissimo vedere per strada dei cinesi Han (l'etnia di maggioranza) e si è attorniati dai colori e dai profumi tipici del mondo arabo. Un posto in cui si tocca con mano quello che la Cina non è: non è "una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor", secondo la definizione manzoniana di nazione.
Il 12 agosto Paolo mi chiede se sono disposta ad accompagnarlo nello Xinjiang perché il suo giornale vuole un reportage dal posto. Sono tentennante, le notizie su quell'area non sono particolarmente rassicuranti, ma è un'avventura a cui non riesco a dire di no quando il giorno dopo mi conferma che partiremo il 14. Non siamo nemmeno sicuri di come verrà accolta dalla polizia la visita di un giornalista, soprattutto considerando che pochi giorni prima si sarebbe dovuto recare in Tibet ma il suo volo è stato modificato dall'alto senza che lui venisse chiamato in causa: destinazione finale Chengdu, una bella città famosa per i panda, ma ben lontana da Lhasa.
Chiamo, prenoto i biglietti aerei, prenoto l'albergo e avverto i miei amici che per due giorni non ci sarò, anche perché è sempre meglio che qualcuno sappia dove sono, trattandosi di una zona a rischio.
La mattina dopo, levataccia alle 4.30, ci alziamo in volo alle 7.45 lasciandoci alle spalle la città olimpica, in una giornata grigia e afosa, come la maggior parte di quelle che ci accompagnano in questa calda estate. In poco meno di quattro ore di volo arriviamo a Urumqi, la capitale dello Xinjiang, una delle province autonome della Cina, teatro negli ultimi mesi di attentati, bombe, accoltellamenti a opera del gruppo separatista Movimento islamico del Turkestan orientale, che rivendica l'indipendenza di questa area dalla storia lunga e complessa.
Come ci spiega Qin - militare trentaduenne seduto accanto a me in aereo, originario dello Hunan - lo Xinjiang, con i suoi attuali 20 milioni di persone e una superficie cinque volte quella dell'Italia che la rende la più grande provincia cinese, ha fatto parte della storia della Cina dall'inizio. Al momento convivono almeno 13 etnie, tra cui Han, Uigiri, Mongoli, Manciù, e Chirghisi.
Nel tentativo, durante l'epoca Tang, di tenere sotto controllo le spinte separatiste del Tibet, sono stati utilizzati proprio gli Uiguri, poi confinati in questa terra arida e poco ospitale. E ora, ironia della sorte, proprio questa minoranza si rivolta contro il governo centrale. Chiedo a Qin se secondo lui è sicuro andare nello Xinjiang, per la precisione a Kashgar, in questi giorni, lui dice che la situazione è tranquilla, che è sufficiente evitare le zone affollate. Poi cerco di farlo parlare, cosa pensa degli Uiguri, che tipi sono. La risposta è ambigua: ho amici Uiguri, ma non fanno giocare i propri figli con gli altri Uiguri per evitare che diventino come loro, sono dei selvaggi, non studiano e non vogliono studiare.
La nostra chiacchierata si fa più leggera, parliamo della diversa concezione del tempo tra occidente e oriente: mentre in occidente la nostra vita è una continua corsa contro il tempo, un continuo ammazzare il tempo, riempire il tempo di cose più o meno utili, sport, passatempi obbligatori, per non sembrare dei fannulloni, qui in oriente si trova ancora quell'antica capacità di godersi il tempo che passa, di fermarsi a pensare, di adeguarsi allo scorrere naturale delle cose, secondo la migliore tradizione taoista. Anche se Qin sostiene che è il confucianesimo a tenere unita la Cina, pur convenendo con la sottoscritta che l'insieme di severe regole e riti ferrei non è molto adatto alla vita naturale dell'uomo.
Tornando a parlare dello Xinjiang mi rimprovera amabilmente perché non ho studiato, perché "non si può andare a visitare un luogo tanto complesso senza conoscerne la storia, perché in questo modo non si può capire quello che succede". Una domanda azzardata da parte mia, gli Uiguri sono brave persone? La risposta si fa attendere, Qin ama lanciarsi in chiacchiere lunghe e particolareggiate, che acquistano un senso solo quando finalmente arriva al dunque, lasciandomi stremata nello sforzo di capire quello che mi racconta. Il mondo è un grande ecosistema, dove tutto ha un suo perché, ci sono cose che ci appaiono cattive, ma hanno una loro ragione di esistere. E la stessa cosa si ripete ovunque, in qualsiasi posto ci sono persone buone e cattive, anche nello Xinjiang. Alla faccia della diplomazia. L'unico momento in cui colgo una nota di critica nella sua voce è quando dice che nel campo dei diritti umani la Cina ha ancora tanta strada da fare, ma in fondo è ancora nel pieno dello sviluppo e in certe fasi qualche sbavatura è accettabile. Non condivido, ma non mi sento di dargli torto quando dice che la Cina ha cominciato il proprio sviluppo molto più tardi dei paesi occidentali e quindi non ci si può aspettare che riesca a risolvere tutto e subito.
Un militare con le sue idee, quindi. Che chiacchiera a ruota libera, ma si rivela improvvisamente "timido" quando gli chiedo che studi ha fatto, si rifiuta di dirmelo e non ne comprendo il motivo. E poi aggiunge di sapere solo 2000 caratteri cinesi. Non gli credo, mi risulta difficile pensare che una persona colta e sveglia conosca meno caratteri di me.

Arriviamo a Urumqi, un aeroporto abbastanza moderno, dove dobbiamo rifare il check-in. Dopo una breve sosta colazione e una pausa in cui noto che la porta del bagno per disabili è raggiungibile solo dopo aver fatto un gradino (!), ci presentiamo al controllo di sicurezza convinti che sarà una bazzecola, ne abbiamo già passato uno a Pechino. Ci sbagliamo. Oltre al metal detector ci perquisiscono, ci aprono le borse, qui i controlli sono molto più severi: nessun tipo di liquido può essere portato a bordo, nemmeno le bottigliette accettate in qualunque altro aeroporto. Ci fanno estrarre dalla borsa tutto il materiale contestato e mi rispediscono al check-in senza dire altro che: dovete spedirli, si porti dietro i soldi. Perché? mi chiedo, ma non discuto. Faccio la fila al check-in e dopo un'interminabile attesa dietro a una famiglia numerosissima con decine di borse da imbarcare, l'assistente di terra mi dice che ho fatto la fila al banco sbagliato. Cambio banco, ho una sola persona davanti, ma quello che voglio imbarcare è troppo piccolo, devo andare a comprare una scatola per poter spedire i nostri deodoranti e poco altro. Alla fine ce la faccio, imbarco la scatola dopo che l'assistente mi ha chiesto cosa contiene. Ripasso dal controllo di sicurezza (per lo meno mi fanno saltare la fila sotto gli occhi irritati degli altri passeggeri) e mi perquisiscono di nuovo. Riusciamo a imbarcarci.
L'annuncio di benvenuto a bordo viene dato in cinese, in Uiguro e in inglese.
Eccoci in volo, tra meno di due ore raggiungeremo Kashgar (Kashi in cinese), definita anche la Perla della Via della Seta. Lo Xinjiang confina a occidente (e Kashgar si trova nel profondo ovest di questa regione) con Kirgizistan, Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, a sud con il Tibet.
Non stupisce quindi sapere che nelle ultime settimane la zona è stata teatro di vari scontri, di un attacco in cui sono morti 16 poliziotti poco prima dell'inizio delle Olimpiadi, bombe in alcuni supermercati,un attacco terroristico sventato su un volo da Urunqi a Pechino. Pare addirittura che qualche anno fa Bin Laden si fosse rifugiato proprio qui.

Per ora ci concentriamo sul paesaggio che scorre sotto ai nostri occhi sbirciando dal finestrino: finalmente un cielo azzurro punteggiato di bianche e soffici nuvolette, grandi distese di sabbia rossa del deserto Takla Makan, il cosiddetto mare della morte, e alte montagne innevate. Non mi stupisce leggere che da Kashgar vengono organizzate per i turisti gite al campo base del K2, anche perché qui vicino c'è il Muz Tagh Ata, la seconda cima più alta del mondo, il "padre dei ghiacciai".
Questa volta il mio vicino di posto è meno loquace: viene dal sud, dal Jiangxi, anche per lui è la prima volta a Kashgar. Gli chiedo se crede che sia un posto sicuro: Sì, basta non uscire dall'albergo la mattina presto e la sera tardi, perché è in quei momenti che ci sono gli attentati.
Dopo qualche turbolenza e gli inchini di commiato degli assistenti di volo, atterriamo in questo aeroporto sperduto nel nulla accompagnati dalla colonna sonora di "Ghost", Unchained melody, in stridente contrasto con un carico umano composto da cinesi e tre soli occidentali. Attorno a noi il deserto, un edificio in costruzione di cui vediamo solo la struttura e che sembra la versione futuristica di un qualche futuro terminal, usciamo dall'aereo avvolti dalla sabbia e accolti dai militari che arrivano fino in fondo alle scalette. Chiedo se possiamo scattare delle foto: sì, ma in fretta. Recuperiamo la nostra scatola con i preziosi deodoranti e saliamo a caso su un taxi che ci porterà all'albergo, a 15 chilometri dall'aeroporto.
Sembra di essere stati catapultati in un altro mondo e in un'altra epoca. Strade che si snodano nel nulla, fiancheggiate da edifici di mattoni, carretti trainati da muli, visi arabeggianti, donne in maniche corte, donne con i capelli coperti, donne di cui si intravedono solo gli occhi dietro al niqab colorato, un uomo in motorino accanto a noi con un coltello alla cintura, un'insegna con una luna leggermente storta, o è forse una riproduzione mal riuscita del logo della Nike?
L'albergo che ci aspetta, lo Yambu Hotel, non è male, abbiamo richiesto la connessione internet in camera e sorprendentemente c'è. Il vassoio egiziano in bagno non c'entra molto con l'ambiente, del resto è compensato dalla doccia con vista: basta sollevare una tendina ed ecco che la doccia rivela un'intera parete di vetro che la divide dalla stanza. Se a ciò aggiungiamo la scelta di "lavande intime" per aumentare il piacere di lei e lui e i profilattici in vendita, il pensiero sull'uso che viene fatto di queste stanze non è dei più piacevoli.
Qui cominciano i primi problemi di comprensione: le cameriere al piano non parlano cinese. Non solo. Non lo capiscono nemmeno. Cerco in tutti i modi di farmi capire, non c'è verso. Lo stesso dicasi per il ristorante dell'albergo che proveremo più tardi e in cui ce la caveremo con poco più di 4 euro in due, ma in cui cinque camerieri non capiscono che vorrei semplicemente una bottiglia d'acqua.

Prendiamo un taxi per andare al Gran Bazar, alla faccia dell'evitare i luoghi affollati. Un sogno. Una vera e proprio fiera dell'est, siamo inondati da profumi di spezie e storditi da arcobaleni di colori, stoffe, tappeti, cappelli da preghiera, copricapi di pelliccia, bancarelle di cibo, blocchi di ghiaccio che viene rotto per strada per fare gelati, frutta di tutti i colori.
Il venditore di accessori di pelliccia prova a convincermi che i suoi prodotti sono genuini, brucia un po' di pelo per mostrarmi che non sono di plastica, continua a mettermi addosso sciarpe e cappelli, senza perdere occasione di strusciarsi addosso a me. Questa non è Cina, non è un paese arabo, non è Europa, anche se i lineamenti di quelli che mi circondano mostrano chiaramente influenze medio orientali, greche, armene, cinesi, europee, occhi bellissimi di donne di cui si può indovinare la bellezza dietro al velo, bambini biondi, uomini mediorientali. Provo a fare due chiacchiere con il cappellaio matto, che non fa che ridere. Sostiene che gli Uiguri non sono arrabbiati, che i cinesi non sono arrabbiati, che tutti i problemi sono a causa del Tibet. Poi aggiunge che ogni tanto la gente, anche qui a Kashgar, litiga, si litiga si litiga e a un certo punto "buuum". Ma sono solo pochi pochi pochi quelli arrabbiati.

Prossima tappa la Moschea Idkah, fondata nel 1442 (anno Hegirae 862). Non sono sicura che sia necessario, ma mi copro la testa con un foulard prima di entrare, l'ambiente è tranquillo, poche persone attorno, qualche poliziotto in borghese, togliamo le scarpe per visitare l'area di preghiera. E all'uscita troviamo un tipico esempio di propaganda cinese: la mosche ristrutturata "mostra chiaramente che il governo cinese presta sempre particolare attenzione alle culture di tutti gli altri gruppi etnici e che questi accolgono con favore la politica religiosa del partito. Mostra anche che i vari gruppi etnici hanno stabilito stretti rapporti di uguaglianza, unità, e aiuto reciproco e che la libertà di culto è salvaguardata. Qui tutti i gruppi etnici convivono in pace. Collaborano per costruire una bellissima patria, appoggiano calorosamente l'unità dei vari gruppi etnici e l'unità del nostro paese e si oppongono al separatismo etnico e ad attività religiose illegali". Sarà per quello che è vietato l'accesso alla moschea ai giovani sotto ai 18 anni, visto che sono soprattutto loro i responsabili degli attentati?

Sembra ancora presto, ma sono già le 7 di sera. Eppure è ancora chiaro. Colpa dell'orario unificato per tutta la Cina: il territorio è vastissimo, ma il fuso orario ufficiale è quello di Pechino. Non ci stupisce scoprire più tardi che però gli Uiguri utilizzano l'orario dello Xinjiang, 2 ore prima di quello di Pechino.
Prendiamo un taxi per tornare in albergo, oltre all'indirizzo mostro al tassista anche la foto dell'albergo. E cerco di intavolare un discorso, lui capisce il cinese e lo parla, non perfettamente, ma è già qualcosa. Parliamo come se fossimo studenti del primo anno, solo parole essenziali con continui sguardi interrogativi e continue domande per assicurarci che stiamo capendo. I turisti stranieri sono diminuiti a partire da luglio, cioè dai primi attacchi terroristici. Abbiamo notato tanta povertà in giro, tanta gente che sembra bighellonare in giro e lui ci spiega che la disoccupazione a Kashgar è elevata, soprattutto tra gli Uiguri. Per quale motivo? Perché i quadri al potere sono tutti Han e a quanto pare appartengono tutti alla stessa famiglia, i lavori migliori sono riservati a loro. La polizia è sotto il loro controllo, tanto che quando qualcuno di etnia Han commette un'infrazione, non prende la multa, mentre agli Uiguri non vengono fatti sconti di questo tipo. Stiamo arrivano all'hotel, di fronte al quale è ferma una macchina della polizia che non c'era quando siamo usciti per il nostro giro. Chiediamo al nostro tassista di non fermarsi e di farci fare un giro, così possiamo continuare la chiacchierata. Ci racconta che meno di due settimane prima c'è stato un attacco di fronte a una caserma, in cui sono morti 16 poliziotti, ci chiede se ci interessa passare di lì. Io non noto nulla, anche se c'è una macchina della polizia ferma proprio lì davanti, ma ci vuole l'occhio allenato di un giornalista abituato a certe cose per notarla. Il tassista dimentica di avvertirci che dalla caserma tutto viene ripreso dalle telecamere, ce lo dice poco dopo, aggiungendo: per me non è un problema, forse per voi sì, però. Proviamo a indagare sui motivi degli attentati: i colpevoli sono quasi sempre giovani, perché sono loro ad avere i maggiori problemi, non da ultimo sul mercato del lavoro. In occidente, diciamo, si dice che il movimento indipendentista dello Xinjiang sia legato ad Al-Qaeda, lui cosa ne pensa? Intendete i talebani? Sì, sai, Bin Laden eccetera... No, non abbiamo nulla a che vedere con i talebani, però Bin Laden ci piace molto. E aggiunge: vi porto in un altro posto, ci vogliono pochi minuti? Il sospetto che ci voglia portare da qualche "amico", magari terrorista, è più che reale, non è il caso di rischiare di essere i primi occidentali rapiti nello Xinjiang, è giunto il momento di salutarci e di tornare in albergo, grazie della chiacchierata.
La camionetta della polizia è ancora lì, il sospetto che siano qui per noi è alto. Ma probabilmente non ci notano rientrare, si aspettano di vederci arrivare in taxi, ma siamo scesi a un isolato da qui. A cena siamo attirati alla finestra dal chiasso di quello che sembra un matrimonio tipico: macchine adornate di fiori (in un caso un taxi!) precedute da camioncini carichi di ragazzi che suonano i tamburi, un inno tribale alla gioia del momento. E notiamo che la camionetta della polizia è ancora lì. Mentre lavoriamo in una stanza, sentiamo il telefono squillare nell'altra, non faccio in tempo ad andare a rispondere. Squilla anche in quella che stiamo usando, rispondo, riattaccano. Risquilla nell'altra, di nuovo non faccio in tempo. Quando vado a letto poco prima di mezzanotte squilla di nuovo il telefono, di nuovo riattaccano. Non riesco a dormire, sono agitata, volevano solo controllare che fossimo in camera? Sapere che qualche giorno prima dell'inizio delle Olimpiadi un gruppo di giornalisti giapponesi è stato malmenato dalla polizia non mi rende certo più tranquilla. Un'informazione che Paolo aveva omesso di condividere con me, quando mi ha chiesto di accompagnarlo per questi due giorni. Sul letto accanto al mio ho i vestiti pronti, e le scarpe ai piedi del letto, non si sa mai. A colazione la mattina dopo la camionetta della polizia non c'è più. E il gruppo di turisti australiani che pernotta nello stesso albergo non ha ricevuto nessuna telefonata notturna pur avendo dormito qui due notti. Sono reduci da due settimane di trekking sui monti dello Xinjiang e ci dicono che sono stati sempre accompagnati da una guida cinese, obbligatoria, che durante il trekking li ha aspettati per due settimane al campo base. Nulla sfugge all'occhio del grande fratello cinese. E i controlli doganali per loro che entravano in territorio cinese dal Pakistan sono stati ancora più ferrei: perquisizioni corporali, valigie aperte quattro volte e pannelli interni del pulmino smontati per controllare che non ci fosse nulla di nascosto.
Tra poche ore torniamo a Pechino, un ultimo giro per la città per ammirare la più grande statua di Mao di tutto il paese. Incontriamo due ragazzi russi, sono arrivati da Mosca in autostop. E noi credevamo di essere eroici! E poi via, verso l'aeroporto, che quando arriviamo (poco prima delle 2 di pomeriggio) è ancora chiuso, non ci fanno entrare perché non hanno ancora cominciato a lavorare. All'interno incontro di nuovo il mio vicino di posto del volo Urumqi-Kashgar, che mi dice che la mattina precedente, qualche ora prima che arrivassimo, ci sono stati alcuni attacchi alla stessa ora, sia in città che fuori, uno degli attentatori è rimasto ucciso. Per quanto sia affascinante toccare con mano il punto di incontro di tre diverse religioni (cristianesimo, islam e buddismo) e di culture e civiltà così differenti, non ci dispiace affatto lasciarci alle spalle questa città.



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